Comunicazione digitale e tradizione classica


 

Comunicare è altro modo per dire “tradurre”.

La traduzione si affida alla comprensione del testo da trasmettere attraverso un altro testo, è ripensamento di un testo dato in un nuovo contesto. La traduzione definisce un collegamento concettuale tra spazi, intesi come luoghi intertestuali.

La comunicazione digitale è una relazione tra spazio o medium di comunicazione e spazio interiore di ricezione. In comune abbiamo una relazione tra luoghi concettuali o astratti: communicarecommunicatio, la terminazione -atio, forma nomi astratti di azione (nomina actionis). Comunicare significa trasmettere qualcosa mediante forma scritta o verbale nella formula  della reciprocità condivisa e dell’accoglienza partecipe.

Traduzione e comunicazione si legano nella tradizione, ossia trasmissione e consegna di un pensiero o di una forma scritta attraverso il tempo.

Il digitale nella sua astrazione tende a privarci della contestualizzazione, della relazione tra un concetto allo spazio in cui si inserisce, e del tempo, del nesso temporale, in poche parole, ci condanna paradossalmente all’incomunicabilità.

L’umanesimo digitale che si potrebbe riproporre seguirebbe un processo di renovatio, ripristinando un principio caro ai classici, quello dell’economicità della lingua. Il taglio aforistico e funzionale avrebbe la sola ricerca obiettiva dell’identità o del proprio, un incipit folgorante, la verità energica della costruzione sintattica, l’intuizione inventiva ed innovativa della conclusione. L’etica, inesistente, nell’iperbole della comunicazione contemporanea che inganna con il suo cinismo illusorio, è innanzitutto etica del racconto. Con questi rapidi esempi dico semplicemente che il classico ha di base una sua propria vocazione relazionale, riprenderne i codici trasformandoli in linguaggio digitale è la nuova sfida, la nuova tradizione umanistica.

In fondo la lezione del classico e il veicolo digitale possono comunicare benissimo insieme. Perché? Perché il web tende alla semplificazione, il classico sa semplificare perché è a sua volta e per sua natura semplice. La sfida di entrambi è nel ricondurre alla linearità e alla purezza un procedimento complesso. Il tempo del web si risolve in un’atemporalità, in un eterno presente, il classico trasfigura il passato in un presente storico ed eterno. Nei due casi vi è una perfetta consapevolezza dell’effetto che entrambi vogliono ottenere, con la differenza che il web punta alla banalizzazione del messaggio, allo shock cognitivo della provocazione e all’instabilità della percezione che fa scadere il tempo nel momento valido all’uso e consumo, il classico mira con grazia al rimanere e al ricomporre i movimenti in un momento ideale e a-storico, paradigmatico. Il latino, ad esempio, per ottenere il massimo effetto costruisce architettonicamente una frase attraverso la sintassi. Una forma di strategia persuasiva si apprende proprio dalla posizione, strategica, delle parole all’interno di una frase, dal gioco delle desinenze. Al linguaggio roboante, svuotato di senso, ottimista ed eccessivo dei media, andrebbe sostituita l’arte classica del togliere. Nel togliere, restituendo al senso del discorso pulizia formale, si infonde energia. Insomma, il linguaggio prostituito ai media deve ritornare alla purezza originaria di una verginità ricostituita. Il web si nutre di eccesso. Quando l’attenzione si sposta sulla combinazione efficace delle parole, sull’ottimizzazione combinata per un sito web attraverso le tecniche SEO, quando l’espressività diventa seriale, è solo per un motivo, è perché abbiamo paura di ciò che significa. L’attenzione eccessiva alla forma espressiva, il significante, agli elementi formali, fonetici e grafici, all’effetto, tenta di esorcizzare invano la potenza originaria del significato. Insomma, il futuro della tecnica SEO è la logica e la riattualizzazione di de Sausurre.

La storia dell’arte, ad esempio, ci insegna che l’evoluzione non è una semplice successione di stili e che al vero artista, più che variare lo stile, interessa la cosa che crea, lasciandola vivere oltre le proprie intenzioni. La filologia talora chiude le potenzialità dei classici, raggelandole, nel tentativo strenuo di difendere la contestualizzazione, giustissima, dell’opera o dell’autore, nella ricostruzione dell’intenzionalità pura per cui scrive o opera in tal senso. Lascerei vivere, questi classici, oltre il controllo dell’autore. Se un artista produce non per se stesso, ma affinchè della sua testimonianza eccezionale si tenga memoria, questo vive e si traduce in quanto agisce inoculandosi nella mente del fruitore. La conservazione fine a se stessa ci impedisce di rapportarci ai classici in maniera personale, attraverso l’esercizio critico e il discernimento, la scelta tra le opportune e valide interpretazioni dirette che, se paiono aggredire un’opera in realtà la tramandano in una sorte di sopravvivenza nella coscienza individuale e collettiva.

Il connubio di entrambe le specialità in un neo-umanesimo in età digitale riuscirebbe a correggere l’impulso proprio del caos mediatico, del disordine dovuto alla bulimia di informazioni che impediscono di selezionare e filtrare le informazioni stesse. Si perde ciò che caratterizza la dimensione della sfera pubblica classica, dove il principio democratico è garantito dal dialogo dialettico e dal confronto. Il web sostituisce all’anima della folla, capace di generare un vero cambiamento, una massa di indistinti che premono attraverso un like emotivo, principio fondante di una società dominata dalla commercializzazione della nostra presenza sullo spazio digitale. In modo impalpabile l’ingranaggio tecnologico sostituisce allo spazio critico del pensiero un’alienazione della persona.

Siamo circondati da merce. Noi stessi siamo mercificati. Ma la merce che ci circonda è portatrice di significato, è strumento di decodificazione di una realtà, cultura, momento storico e sociale in cui siamo immersi. Essa si inserisce in uno spazio in cui viene prodotta o a cui è destinata. Non c’è prodotto senza spazio narrabile. Torniamo all’inizio di questo scritto: lo spazio e il tempo. Vanno ritrovati e rinnovati nel digitale. Spazio e tempo sono ratio logica, contestualizzazione, relazione tra gli eventi.

L’osservazione e l’analisi dei movimenti culturali del passato sono chiave di lettura che può qualificare la comunicazione di un territorio, di uno spazio di vendita come di un prodotto, ed animare il racconto di un’esperienza di settore. Oggetto di indagine è dunque ora la promozione di una metodologia di analisi che interpreti in modo critico e potenziale un processo di sviluppo e di comunicazione d’impresa insieme alla conoscenza dei punti di forza del territorio – individuabili anche in contesti poco conosciuti e critici –  sino alla promozione di una bellezza “diffusa” tramite codici identitari. Comunicazione integrata è, dunque, processo di legame dal contesto all’oggetto finale da comunicare mediante la ricerca non casuale di costanti. Il risultato finale “diffonderà” in modo esperienziale e critico una nuova lettura mediata dall’atmosfera della relazionalità.

 
 

Eugenia Toni