Dans la Nasse / Dentro la Nassa – Hawad


 

 

Versione dal Tuareg (tamajaght) al francese di
Hawad ed Hélèn Claudot-Hawad

Presentazione
Hélèn Claudot-Hawad

Postfazione
Ludovica Cantarutti

Fotografie
Udo Koehler

Traduzione dal francese
Vanni Beltrami
Alberto Masala

 

 

Il maestrale si agitava a raffiche, a piccoli vortici insolenti, come a prevedere l’inizio dell’autunno in un settembre lucido ed assolato. Così le nuvole, spazzate via dolcemente come il pastore con il gregge, lasciavano lo spazio ai progetti per una giornata quasi estiva nella quale Aix-en-Provence mostrava tutto il suo splendore. Hawad, il grande poeta tuareg abitava nel cuore della città, in un vecchio palazzetto chiuso fra altre costruzioni poco lontano da una delle piazze principali attraversate da decine di persone e soprattutto da molti giovani. Suonai il campanello, ero arrivata dopo un sofferto giro di sensi unici che non riuscivo a capire. Il piccolo portone colorato si aprì automaticamente e una volta entrata affrontai la scala a chiocciola, stretta, di legno come in un’antica abitazione marinara. Su, su che pareva di essere nella spasmodica salita di Notre Dame di Parigi prima di arrivare alla prima terrazza. Salire senza tregua fino a quando la scala a chiocciola fu interrotta da un’altra porta, quella di casa stavolta. Lui era lì, alto, magrissimo, con un gran bouquet di capelli crespi sale e pepe ed un mezzo sorriso di benvenuto. Le mani, meravigliose, allungate per salutare. Eppure dicevano che era un uomo dal carattere difficile. Sapevo in quel momento, comunque, che la realizzazione del suo libro di cui dovevamo parlare non sarebbe stata delle più semplici, come tutte le volte che si ha di fronte una grande personalità, un’anima universale, da “catturare” con doti quasi dismesse: la chiarezza, la trasparenza, l’etica, il rispetto (anche nelle parole).

Mi trovavo di fronte all’uomo che aveva saputo tradurre magistralmente e a volte drammaticamente in poesia la pena, la rabbia fino al furore per ciò che il mondo aveva inflitto e continuava ad infliggere al popolo Tuareg cui lui apparteneva. Al primo impatto mi pareva di essere di fronte ad un moderno Kaossen ag Mohamed van Tegidda, della nobile stirpe degli Ikarkazen (come Hawad), detto il LawrencE nero, leader, durante gli anni del colonialismo francese del primo Novecento, di uno dei più significativi movimenti di liberazione che il Terzo Mondo abbia mai annoverato nella sua Storia. Questa impressione era dettata se non altro dalla sua fierezza manifestata in primis dal portamento, leggendaria anche nell’antico condottiero tuareg. Solo che Hawad da quel grande intellettuale qual è, ha scelto di combattere con altre armi, come quella della scrittura ed in particolare della poesia, mentre nella sua produzione pittorica ha scelto la “furigrafia”, procedimento che “fa scontrare i suoni, le parole e le immagini per ricreare un movimento, un brulichio, uno slancio in una situazione immobile e senza uscita”. La “furigrafia” è l’ossatura di Hawad, pervade la sua personalità, talmente ricca da inglobare nella vitalità di uomo, di artista e di pensatore tutti quei procedimenti di cui è diventato studioso e frequentatore. La sua costruzione poetica presenta una sintesi speciale dove accomuna verosimiglianze forgiate come in un’acciaieria e che sfociano in una sintesi unica nel suo genere. Per questo le sue parole sono quasi sempre macigni scagliati impietosamente (come impietoso è talvolta colui che ha molto esercitato l’arte del vinto nella solitudine e nella penombra, come egli stesso dice). Eppure i suoi versi , anche quelli sconcertanti e che paiono venire dall’oltretomba, hanno la capacità di risorgere e far risorgere il più possente dei discoboli come in uno straordinario atto di creazione. In questo modo i dinieghi, la distruzione, il disastro coloniale, le illusioni e le invasioni tecnologiche che Hawad canta come un bronzo di Riace acclimatato alla filosofia sufi, diventano alimento per le coscienze.

Ludovica Cantarutti

 
 
Terrore disastro!
Azawad
sei preso di mira.
Ed io dietro di te
scolpito sulla tua schiena
sono percosso.
Popolo Tuareg
dal respiro duro
popolo di rettili ed insetti
con la corazza pietrificata
dalle radiazioni
e uccisioni atomiche.
 
Azawad
non soltanto sei sepolto vivo
ma la tua pietra tombale
è sommersa da una piena
di onde raggi tossici caos.
 
Azawad, tu vuoi gridare
e allora urla:
eta emou eja egha ed alpha.
Voi, suoni segnali morse
- brulichii batteri amebe -
Brigate di sei respiri,
formule di origine del respiro,
io vi rovescio sull'inverso dell'eco,
arghem alpha egha eja emou eta!
Donate il vostro respiro
per rattoppare raddrizzare la schiena.
Presto, coprite eza!
 
La schiena eza è colpita
nella sua vertebra più alta,
laddove sul campo della battaglia
noi eravamo in piedi
e disprezzavamo la morte
e i nostri lottavano
per torcere il collo alla sconfitta.
 
La sconfitta!
Azawad non temere
che ti facciano sputare i polmoni.
È ormai molto tempo
- sono centodiciannove anni, Azawad -
che coloro che distruggono il tuo paese
ti vogliono morto,
per sempre morto.
 
Ma ancora oggi eccoti qua,
morto che si dimena
morto vivente.
E laggiù lontano
tu vuoi, anche tu un giorno
alzarti su una vetta
come i nostri padri mufloni.
 
Non credere che sotto la ruota
del carro troverai il nido di una chioccia,
salute e oblio dove celarti
uccello innocente prostrato
che aspetta che la tempesta passi
in direzione di cieli diversi.
 
No! Azawad.
Il caos è quello del tempo
necessario alla distruzione,
ed anche la distruzione del nulla
che ha generato.
Il caos è il tempo necessario
per il caos.
 

 

Hawad Poeta

Scrittore e pittore tuareg, Hawad è nato nel 1950 in una famiglia nomade a nord di Agadez, in un accampamento della tribù Ikaskazen, appartenente alla confederazione dei Kel Aïr (l’Aïr è un massiccio montuoso situato al nord ovest dell'attuale Niger). Sua madre e sua zia lo allevarono secondo la tradizione Tuareg che egli distingue scrupolosamente dall'educazione islamica per la quale nutrirà un odio profondo per tutta la sua infanzia. Definisce l'educazione tuareg non solo come l'apprendimento della vita nel deserto, della transumanza, della conoscenza e classificazione delle specie (vegetali e animali), ma anche come l'apprendimento di una cultura trasmessa attraverso cicli di racconti molto elaborati -cinque cicli in tutto, di cui l'ultimo tiene insieme il tutto.

Impara il dominio sulla parola accompagnando suo nonno alle riunioni politiche (chiamate "asagawar") e partecipa con sua madre e lo zio materno agli "ahal" le veglie che sono allo stesso tempo scuole di teatro, filosofia e poesia (certami poetici, educazione all'amore cortese come si fa ancora in occitania)

 

 

Ludovica Cantarutti

Nata a Udine, giornalista culturale ha iniziato l’attività nel 1961 collaborando in seguito a varie testate nazionali fra cui il “Sole 24 Ore”, “La Nazione”, e “Il Gazzettino”. Ha lavorato per Raiuno. è autrice di numerosi testi teatrali tra cui “La veranda socchiusa” (1989), “Un poeta nel letto” (cinque quadri per un giallo, presentato come novità italiana su iniziativa di Pamela Villoresi al Festival delle Ville Tuscolane nel 1992), “Il sogno di Goldoni” (1992), “Boris” (2001), “Il maestro e l’ostrica” (2003), “Cioccolato a sorpresa” (2003), “Come molte farfalle” (2004, scritto per Giulio Scarpati e dedicato a Carlo Betocchi).
Oltre ai libri di poesia qui antologizzati, ha pubblicato “Motti e detti pordenonesi” (1980), “Gente del Friuli” (1981, con prefazione di Stanislao Nievo), “Dopo la mela” (con Renzo Plaino-diario di una gravidanza, 1989), “Scercrema” (1990), “Epistolario Caterina Percoto/Carlo Tenca” (1990), “I signori della memoria” (presentato a Parigi nel 1998), “Le parole del silenzio” (la parte dedicata alla storia di Scilla, edizioni Del Leone 2000, giunto alla terza edizione), “Nel prudente abbandono” (2005, versi).
Da diversi anni edita i “Quaderni di Natale” ispirati a personaggi della Parigi dell’Ottocento.
Ha promosso iniziative per la comprensione della poesia in maniera alternativa (il murale “Cosmo” sulla parete del Centro Studi di Pordenone nel 1979, e “Poemcafé” una performance di teatro e poesia nei caffè della città) Ha realizzato programmi culturali molto seguiti. Per queste sue attività ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
Nel 1995 il Comune di Sacile ha dedicato una grande antologica alla sua produzione poetica nella chiesa di San Gregorio.
è anche fotografa e in questo ambito ha realizzato due mostre intitolate “Ritratti 1996” e “Ritratti 1998”, su personaggi pordenonesi fra fotografia e poesia, con relative pubblicazioni.
Ha fondato l’Associazione “via Montereale” per la diffusione della cultura della diversità, e per la quale cura la collana editoriale.
Vive e lavora a Pordenone.

 
 
 
 

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