Scripta non manent – Sandro Pecchiari

Bozza automatica 40

 

Sandro Pecchiari propone, a due anni di distanza dal suo ultimo edito poetico e dopo 1500 copie vendute in tre libri, una rivisitazione ragionata delle tre opere che l’hanno fatto conoscere in tutta Europa come uno dei migliori poeti contemporanei (con traduzioni in inglese, spagnolo, albanese, sloveno etc).

Un percorso non facile di scarnificazione della parola, del senso della vita, della propria presenza nel mondo alla ricerca di un approdo che parte da un’esperienza umana e apparentemente non ne oltrepassa mai i limiti, finendo però a un livello quasi allegorico col coinvolgere ed esplorare lo stato di disorientamento dell’uomo contemporaneo nelle sue reazioni e delusioni, dolori, aspirazioni e prospettive.

Una poesia che mantenendo un’eccellente pulizia formale, un impeccabile controllo e uso dello strumento parola ai suoi massimi livelli e consapevolezze e non di rado con riferimenti ed esplorazioni in autori e testi classici anglofoni ma non solo, sa toccare il cuore del lettore proprio in virtù della sua profonda umanità ed esperienza.

Una lettura gradevole ma penetrante anche in virtù di un’ironia lirica quasi salvifica, quasi un’ancora di salvezza.

Una poesia che appare come una lettura scorrevole di una vita costellata d’interruzioni. Un libro importante che mette di fronte l’autore a sei anni di scrittura nella forma di un bilancio del vissuto, e il lettore di fronte a quanto il poeta ha imparato del mondo e a quanto il suo ruolo gli impone di condividere col lettore.

Perché ogni libro, ogni poesia, sono un insegnamento all’umanità.

 
 

 
 

Di seguito alcuni estratti dalle prefazioni dei tre libri di Sandro Pecchiari che compongono Scripta non manent, oltre a degli straordinari inediti 2015/2017

 

Verdi anni (2012)

Le svelte radici (2013)

Ah Unrehearsed Flood/L’imperfezione del diluvio (2015)

 
 

La silloge tripartita di Sandro Pecchiari si dipana quale mappa esistenziale di un uomo maturo, coinvolto in un viaggio causato dal forzato e lento abbandono di un porto amico, divenuto ormai solo vuoto contenitore di ricordi. Segue un vagabondare necessario, intercalato da esperienze giocose quanto inconcludenti, prima del miraggio di un nuovo approdo lungo coordinate levantine. Un “romanzo” in versi, oscillante tra morte e vita, tra affettività rassicuranti e abbagli di un istante o di una notte. Conta relativamente che le tappe di questo percorso siano tutte “al maschile”, perché il rito di passaggio che connota il protagonista – dalla perdita del proprio compagno Fabrizio al ritrovarsi accanto a Sameh – ha un afflato umano, prima che di genere. Il titolo stesso, eco della suadente malinconia di un fado, rovescia il topos adolescenziale dei tradizionali “anni verdi” nella felice opportunità – sempre possibile per ognuno – di un rinnovato amore tardivo, anche in età avanzate della nostra vita. Fa parte di questo nomadismo poetico l’intreccio polifonico di lingue e dialetti che costellano il percorso di ricerca, specchio della professionalità dell’autore e insieme fotografia di un orizzonte dilatato grazie all’incontro arricchente tra vicino e lontano, tra qui e altrove, tra indigeno ed esotico, tra presente e storia, tra disincanto e incanto… Una teoria di opposti, volta a ricreare – tramite l’incrocio di suoni, segni, culture – la perduta Armonia. Pellegrino d’amore, l’io si misura con corpi non segreti di statue, di ragazzi, di uomini che si fanno via via “romanzo”, attraverso un eros immaginato o agito. Il desiderio muove dallo sguardo, ma il gioco scompagina spesso la bramosia sensuale.

dalla prefazione a Verdi anni di Roberto Benedetti

 
 

Essere nel mondo, pare dirci questo Sandro Pecchiari. Tutto entra in questa sorta di Canzoniere abitato e toccato dagli uomini, soprattutto attraversato, reso noto dall’importanza che hanno per il poeta i luoghi riportati alla fine dei versi, le città in cui quei versi sono stati ispirati. Pecchiari sceglie il “contatto” della visione, di immagini piane – ma anche labirintiche – che non dimenticano mai di attraversare le cose stesse. Sono paesaggi captati nel loro carattere assoluto proprio perché mantengono la naturale carica vitale di una visione, se così si può dire, fatta di istanti e natura (tanto da farci venire in mente, talvolta, quel capolavoro d’immagini che è stato Picnic a Hanging Rock). L’equilibrio è sostenuto anche da una tecnica che domina una linea classica (spesso viene in mente Foscolo. O Leopardi), che ben corrisponde al carattere introspettivo e meditativo del libro. Una poetica dello sguardo (anche) panico ma dove, attenzione, non c’è nessuna istanza consolatoria, almeno di prima battuta, fin dall’inizio infatti l’autore ci ammonisce senza troppe mediazioni: “E mentre voli in questi luoghi/ li tocchi quasi e quasi li conquisti/ regala loro presto un nome/ perché da qualche parte/ il tuo gran regno sta diventando pioggia”.

dalla prefazione a Le svelte radici di Mary Barbara Tolusso

 
 

Se in queste liriche vi è una speranza, è nella tensione verso la mutabilità, verso un non meglio definito passaggio di stato, di condizione: «se il tempo accade, non mantenerlo eguale»; «l’essenziale è arrampicarsi / per sforzare i legami». Come nella splendida poesia IX, in cui l’allusione alla guerra di trincea – echi bellici compaiono anche altrove nella silloge, in termini come «s’accampa», «assedio», «allerta», ecc. – si erge a metafora dell’impari battaglia per un salvifico mutare di stato (nella guarigione? Nella morte?): «dormi come un soldato in trincea / la guerra dentro / il mio turno di guardia / ignora rancio e sonno e tempo // attendiamo di mutare / questa notte / tu sei più agile di me). Le due versioni italiana e inglese sembrano costruite su equilibri poetici diversi, prodotti di fattori in cui il risultato non cambia. L’autore tende a riprodurre lo stesso ordito fonico, ma con modalità diverse, caratteristiche delle due lingue, e con una diversa distribuzione all’interno del sistema poesia. Colpiscono, ad esempio, la straordinaria ellitticità di certe chiuse delle poesie inglesi: «ah, your clear eyes», «game over», «we fell / for want», e soprattutto lo splendido «pound my heart», straziante invocazione che ricorda quella del Donne dei sonetti sacri (Batter my heart…). Dove invece l’italiano appare di volta in volta riflessivo, universalizzante, oracolare: «che occhi limpidi che hai», «un gioco perso», «si cade / per mancanza», «colpisci forte il cuore». Nello stesso, efficacissimo, titolo della silloge, il diluvio in questione da imperfetto diventa «unrehearsed», «non provato», «attuato senza preparazione», e dalla giustapposizione dei due elementi si trae l’idea che il disastro, fin troppo naturale, porta in sé le connotazioni di una pecca, di una sfuggente insensatezza verso cui l’uomo-attore non è in grado di attrezzarsi. Pecchiari, raffinato studioso e conoscitore di poesia inglese, appare ben consapevole delle potenzialità delle due lingue in poesia e sfugge quasi sempre, nell’autotradursi, alla resa letterale, per privilegiare una sorta di fedele riscrittura nella quale nulla va perso e da cui scaturiscono (dalla giustapposizione “a fronte” delle due versioni) significative varianti di senso e modulazioni di forza espressiva.

dalla prefazione a An Unrehearsed Flood/L’imperfezione del diluvio di Andrea Sirotti

 
Scripta non manent - Sandro Pecchiari 2

immagine di copertina di Charlie Johnston, Story Lines, 2005,
murale acrilico alla Millennium Library, Winnipeg, Manitoba, Canada

 

Alcuni testi

 
 
Chi dispone le macchine
le verdure dentro le vetrine
il prezzo della vita?
 
permane il bar il ristorante
la signora all’angolo
oltre le tinte dei capelli
i giornali di ogni ieri
 
questo posto è un gommone
da troppi anni al largo
– siamo gente
da cui bisogna andare –
 
la via è questa
se non ci sono passi
 
cosa sogni la notte?
 
 
 
 
le braccia sudate dei moli
su navi tese come cani
su di noi la calura
perpetuala misericordia
della vita –
la rete esplode l’aria in lotti
il gabbiano slitta e s’immerge
e s’infilza come lama
dentro il pesce
 
la città assente presta le vene
e si dissecca addosso
e poi ti ruba
nel trattenersi del traffico
 
il mare alza l’enorme corpo
e ti chiede tregua dal riviversi
e sempre domandare
che ci sia una tregua al sangue
una tregua ora
dal gettare via il passato
di ciò che si diventa
 
fiorire ignoti
come fiori di geranio
sull’albero di giuda.
 
 
 
 
 
 
oggi la nebbia al largo,
è liscia come un letto disusato
la sirena illude chi
non torna, ma sʼattende sempre
 
non ti darò più le mie mani
decorticate a morsi
né questo bivacco di coltelli
dove insisto a tenerci
 
è nella preveggenza dei corvi
la fine di gennaio
nell’afasia del mare
se l’aria sospende le barche sulle grucce
 
lo sguardo affina il bianco
si spinge oltre alla ricerca –
un centimetro, un centimetro in più
verso un morire
 
 
 
 
 
 
il clamore della colza
tra il mattino e il suolo
è congiura di luce
e non saprei dire
di quest’aria che si estende –
aspro oro?
 
la partitura della strada dritta
è la spartitura tra le nostre vite
 
sarebbe ritrito dirti
le nostre strade si dividono
ha l’odore di canzoni
 
anch’io sbircio il tuo sguardo
il dirmi guarda, ma guardavo
questa fine in fondo alle parole
 
che bello! dici
eh, sì, ricorderemo
 
 
 
 
 
 
eppure sotto il sole.
l’allarme è rivale di cicale
 
esco, poggio le braccia
nel restare che la sbarra impone
e mette in riga guidatori di sudore
in incontri casuali
 
due parole, una sigaretta nel fuoco dell’attesa
fiori dai bordi asfaltati male
e il volo a schiaffi di farfalle
sul foglio a righe della ferrovia
 
lo strappo di rumore cadenzato
è un vedere a fiotti i volti della gente
e noi che li guardiamo
 
il silenzio mugugna
sul cigolio della via che s’apre
prima dello sbattere di porte
sui saluti di nuovo sconosciuti
e motori e dispersione ancora
 
eppure la gente aveva sguardi e mani e anni
aveva pelli da viaggio, accalorate
e squarci di pensieri e percezioni
e parole disincagliate nel sostare
 
e tutto parla, ma non si sa capire
 
 
 
 
 
 
in ogni fortuna c’è l’abisso
d’una mano di traverso
una schiena che goccia nel venire
 
la finestra inclina
una strada di fiato stretto
di scarpe rifiutate –
l’affrettarsi della sera incespica
 
ma prenderemo sostegno dal pietrisco
che s’appoggia al cielo
se già svanisce il prato
e la soglia e il letto
e già li pretendo tra le braccia
 
mi fai strada
con un pugno
non
nel cuore
 
 
 
 
 
 
di te ricordo
         quasi nulla
         del casermone popolare
         la guerra persa
         i panni stesi
         spersi noi
         non lo sapevamo
         il cortile stretto
di te ricordo
         genitori danneggiati
         espugnati nella città
         rinchiusi
         e non lo sapevamo
         gli anni stretti
 
l’indomani leccava i campanelli delle case
dalle case nessuno rispondeva
 
ricordi
         i giorni d’acqua per voltare le stagioni
         in coda all’orizzonte
         sempre meno sempre meno
         ti serviva il tuo dialetto
         le città erano differenti
         in balzi di canguro
di te ricordo
         aspettavo tra navi da guerra americane
         modellini d’alluminio di aeroplani
         atterravo a piedi pari
         rompendo rumoroso
         le corte frasi che non ti avevo detto
         un ciao almeno
 
la valigia dell’infanzia era cartone
da quel giorno vi ho riposto il reciproco scordarci
e consumato la dimenticanza
 
 
 
 
 
 
Hermes
 
Seguimi in questo rischio di passi silenziosi
con solo nelle orecchie lo scalpiccio del sangue.
Ho bisogno che siano sigilli di fiducia.
O forse calpesti per negare? Non vedo le mie orme,
non è permesso. Dimmi! Ti aiutano ad andare?
O sono una bara soffice in copie troppo fragili?
Dimmi che lancerai un cappio esangue di parole
che io proceda sicuro dentro te;
se mi fermassi, tu tratterresti la distanza
nel piegarsi del sentiero?
E tu mi rendi più solo in questo misurarci.
 
Non sono l’uomo da cui nascesti,
tu non più rifugio; però rimani, nell’andare,
il recinto a cui mi lego.
Ti allevia questo? O confonde il tuo avanzare?
Con me porto la gioia in frantumi inaspettati,
porto via i sorrisi che ho riposto nello zaino.
Mi sono incaricato anche dei tuoi, rovistando nel ricordo.
Non li ho rubati! Li serbo per la sosta.
 
Ci sei ancora? Ti percepisco dentro la mia pelle
e questo non permette di distinguerci.
Meglio nascondermi nel prossimo turbarsi del sentiero:
il tuo seguire diverrà così un precedermi.
Con davanti una vita vuota di tracce,
confuso dalle cose che hai perduto,
forse ti volterai e Hermes
 
 
Scripta non manent - Sandro Pecchiari

foto di Matteo Antonante

 

SANDRO PECCHIARI

Sandro Pecchiari ha pubblicato con Samuele Editore: Verdi anni (2012), Le svelte radici (2013) e LʼImperfezione del Diluvio – An Unrehearsed Flood, in versione bilingue (2015). Suoi lavori sono apparsi in numerose antologie (la Collana dei Poeti Contemporanei 2013 e 2014, l’Albanian Antologjive Poetike Universale Korsi e Hapur – Open Lane 2014, la rivista Revija SRP, Ljubljana, ottobre 2015, la plaquette Luna Ascendente, Altino 2016) e sono stati presentati al New York City Poetry Festival 2014 e alle Residenze Estive 2014 presso il Castello di Duino. Ha collaborato con le riviste Traduzionetradizione (Press Point, Milano) e L’almanacco del Ramo d’Oro (Trieste).

 
 

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